Principe sotto i ferri #1
Due settimane fa ho fatto un intervento ad un occhio. Ero in lista e mi avevano detto che solitamente l’attesa era di tre o quattro mesi invece, causa rinunce di quelli prima di me, dopo due settimane mi hanno chiamato.
Questo è la cronaca in tre puntate dei tre giorni che ho passato in ospedale.
Il ricovero
Mi presento la mattina puntualissimo alle 7.30 accompagnato dai miei, ci fanno accomodare in sala d’attesa. Dopo circa un quarto d’ora l’infermiera mi chiama. Registra i miei dati, mi dà il braccialetto (come nei villaggi turistici), mi fa firmare vari fogli, mi fa tre prelievi del sangue, mi mostra la camera e poi mi manda a fare colazione.
Dopo colazione mi manda a fare l’elettrocardiogramma e quando ritorno faccio la conoscenza del mio compagno di stanza: un signore sulla sessantina un po’ brontolone ma tutto sommato di compagnia. Poi però quando si stende sul letto e si appisola, scopro cosa mi aspetterà per la notte: un trombone in confronto è una ninna nanna.
A metà mattina fa la comparsa sulla porta l’infermiera, mi dà in mano una serie di cartelle e siccome i portantini sono tutti impegnati e che io sono il più giovane (finalmente abbiamo un giovane in reparto), mi dice di accompagnare il coinquilino e quello della stanza a fianco agli ambulatori per fare le visite, io compreso. La moglie del paziente della stanza a fianco, mi scambia per uno che lavora in ospedale. Dopo la visita, rientro in stanza e comincio la settimana enigmistica.
Poi alle 11:45 precise, si presenta alla porta un’infermiera con un carrello pieno di vassoi, volevo fare presente che avrei aspettato ancora un mezz’oretta prima dell’aperitivo, invece quello era il pranzo: un contenitore con la pasta, una confezione simile a quelle delle marmellate degli alberghi ma con il sugo di pomodoro, un altro contenitore con del finocchio, uno con una pseudo frittata, uno con un’arancia, le bustine del grana, del sale e dell’olio, il pane e una bottiglia d’acqua da mezzo litro. Il mio coinquilino che spesso soggiornava lì, aveva portato le posate da casa, io mi sono dovuto accontentare di quelle di plastica fornite dall’ospedale. Finito lo spuntino, speravo passassero con il caffè, ma invece hanno ritirato il vassoio e se ne sono andate.
Dopo pranzo mi stendo un po’ sul letto, ero in piedi dalle sei e avrei fatto volentieri un pisolo, ma dopo pochi minuti dall’abbiocco, mi chiama un’altra infermiera e mi accompagna dall’anestesista. Sbrigo la formalità in pochi minuti e me ne ritorno in camera.
Il pomeriggio passa abbastanza veloce tra un Bartezzaghi e un Ghilardi, tra il bersaglio e le parole crociate senza schema e il lettore mp3. Alle 17.45 di nuovo il carrello delle vivande, mi chiedo ancora a che razza di orari questi fanno gli aperitivi quando mi rendo conto che ovviamente si trattava della cena, fuori dalla finestra si sentivano risate di scherno delle galline, giurerei di averne sentita una che diceva che neanche loro cenavano così presto.
Contenuto della cena, sempre nei soliti contenitori con coperchio: brodino con un impasto simile ai passatelli ma tutto spezzettato, fettina di carne bianca (azzarderei tacchino), purè, una mela, pane e acqua. Alla mia richiesta delle posate, vengo subito ripreso dicendo che avrei dovuto lavare quelle del pranzo (a saperlo portavo lo svelto).
Dopo cena mi metto il pigiama, tanto non sarei uscito, cerco se per caso non ci fosse una wlan disponibile e poi accendo la tv speranzoso di vedere Lione – Bayern. Ovviamente non si vede raiuno e non c’è nemmeno il telecomando, allora il coinquilino preme subito il pulsante delle emergenze e lo chiediamo all’infermiera. Recuperato il telecomando faccio subito una risintonizzazione automatica per poi scoprire che la partita non la davano alla tv analogica. Neanche a chiedere se per caso ci fosse il satellite o il digitale terrestre, quindi spengo la tv e mi metto a letto a continuare le mie parole crociate. Nel frattempo il mio coinquilino tira fuori una radiolina e si mette a cercare una stazione che trasmettesse la partita.
Verso le 21.30 passa l’infermiera a chiedere se volevamo una camomilla, entrambi decliniamo l’offerta.
Al termine della partita, il coinquilino spegne la radio e si mette a… russare, capito l’antifona cerco di tirar tardi con le parole crociate per farmi venire sonno e crollare di brutto senza sentire il mio rumoroso vicino.
Ovviamente non ho chiuso occhio per tutta la notte, oltre al rumore c’era un caldo assurdo e dal corridoio entrava la luce nella camera perché c’era un faretto proprio sulla porta e la notte ne spegnevano solo alcuni. Praticamente di quattro motivi che non mi fanno addormentare, tre c’erano tutti, mancava solo una tv accesa o qualcuno che parlava nelle altre stanze.
Il giorno dopo sarei stato il primo a fare l’intervento.
(continua)
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